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Estrazione mineraria nelle profondità oceaniche: l’allarme dei ricercatori

Sulla rivista Frontiers in Marine Science compare un articolo scritto da ricercatori e scienziati di noti enti ed università. È un vero e proprio allarme lanciato per scongiurare l’ennesimo sconsiderato sfruttamento del pianeta

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Entro un paio d’anni è previsto l’inizio delle attività di estrazione mineraria su larga scala nelle profondità oceaniche. Questo tipo di attività, svolta in acque internazionali, può causare danni irreversibili all’ecosistema marino. La comunità scientifica sollecita per trovare soluzioni alternative.

Un rischio incalcolabile per l’ambiente!

L’allarme arriva dai ricercatori dell’Università di Exeter, Greenpeace Research Laboratories e Globelaw. Tutti concordano sul fatto che l’estrazione mineraria ad alte profondità non è necessaria ed esistono alternative sicuramente migliori; in tutto ciò resta la gravosa minaccia per l’ambiente.

Bisogna considerare che nonostante gli sforzi della comunità scientifica, ancora poco si sa su ciò che accade negli oceani, soprattutto lontano dalla superficie. L’industria mineraria rappresenta dunque un rischio per la biodiversità marina ed i possibili danni sono incalcolabili.

La clessidra è già capovolta e l’ISA ha poco tempo per regolamentare le attività

Al momento non è consentito lo sfruttamento dei fondali marini al di fuori delle zone economiche esclusive (ZEE). Le nazioni costiere sono sovrane (ovviamente con regolamenti internazionali) solo all’interno di tali aree ZEE ma la situazione sta cambiando.

L’International Seabed Authority (ISA) sta redigendo regolamenti che consentirebbero alle nazioni di sfruttare i giacimenti nelle profondità oceaniche anche in acque internazionali. L’ISA ha solo due anni per finalizzare i regolamenti o si troverà a dover affrontare l’estrazione mineraria condotta in completa anarchia.

Le due facce dell’estrazione mineraria nelle profondità oceaniche

Per la dottoressa Kirsten Thompson, dell’Università di Exeter, le aziende non la raccontano tutta. Le società presentano l’estrazione mineraria nelle profondità oceaniche come un qualcosa di inevitabile. A rendere fatale tale tipo di attività è per loro la sempre maggiore domanda di minerali. Ruotano le loro argomentazioni intorno alla necessità di estrarre metalli, in particolare quelli necessari a sostenere la tecnologia ecosostenibile. Altro punto a favore di tale sfruttamento deriva dal paragone con l’estrazione terrestre: secondo le aziende i danni all’ambiente saranno ridotti.

Per la dottoressa Thompson le tesi delle compagnie minerarie sono insufficienti. Non è possibile confrontare il valore degli ecosistemi terrestri con quelli dei fondali oceanici. Non è vero che non c’è alternativa e soprattutto è impensabile scegliere secondo il criterio del “male minore”.

“Se ti stai chiedendo – quale è la migliore tra le industrie distruttive? – allora ti stai facendo la domanda sbagliata.”

Lo sfruttamento inoltre andrebbe con molta probabilità solo a beneficio di “una manciata di società” nei paesi più ricchi. La maggior parte del mondo rimarrà esclusa dai “vantaggi” di tali attività mentre i danni irreparabili peseranno ovviamente sulle spalle di tutti.

ra un paio d’anni è previsto l’inizio delle attività di estrazione mineraria su larga scala nelle profondità oceaniche. Questo tipo di attività, svolta in acque internazionali, può causare danni irreversibili all’ecosistema marino. L’allarme arriva dalla comunità scientifica che sollecita per trovare soluzioni alternative.
University of Exeter

Una soluzione esiste e la danno i ricercatori stessi

I ricercatori sostengono che esistono alternative all’estrazione mineraria nelle profondità oceaniche. La priorità è sfatare il mito che non abbiamo scelta. Con riferimento ai veicoli elettrici, i ricercatori hanno stimato quali minerali sono indispensabili (le valutazioni ovviamente cambiano da modello a modello). Secondo le compagnie commerciali non è possibile soddisfare la futura domanda di minerali ma le analisi delle società peccano in quanto non tengono conto di fattori importanti. Il dottor Kevin Brigden, nel ruolo di metals chemist presso i laboratori di ricerca di Greenpeace, evidenzia come migliori tecnologie ed una maggiore responsabilità collettiva possano fare la differenza.

“Le attuali stime sulla domanda di minerali necessari alla tecnologia rinnovabile non valuta correttamente fattori importanti come il progresso che migliorerà la tecnologia delle batterie, i cambiamenti al trasporto pubblico e la responsabilizzazione delle persone volta a ridurre gli spostamenti in auto”.

Occorre spingere e trovare soluzioni per un uso migliore dei minerali che già sono stati estratti sulla terraferma.

La poca conoscenza dei fondali dovrebbe scoraggiare l’estrazione mineraria nelle profondità oceaniche

Kathryn Miller, dei Laboratori di Ricerca di Greenpeace, afferma che non è possibile fare valutazioni corrette sui possibili danni data la poca conoscenza delle profondità marine. Le profondità oceaniche ospitano un’enorme varietà di specie viventi ed inoltre svolgono un ruolo importante nello stoccaggio del carbonio.

“Non comprendiamo appieno i processi del carbonio, quindi disturbare il fondo marino è un rischio sia per la biodiversità che in termini di mitigazione dei cambiamenti climatici”.

Si può regolamentare l’estrazione mineraria nelle profondità oceaniche?

I ricercatori propongono un quadro per la gestione dei “diritti della natura”. È importante supervisionare le attività industriali e questo monitoraggio non può che essere affidato agli scienziati. Una volta avviata, l’estrazione mineraria nelle profondità oceaniche sarà probabilmente inarrestabile.

Vale allora la pena esporre i nostri oceani, ma in generale la vita nostra e di tutti gli esseri viventi che popolano il pianeta, a rischi e pericoli in maniera così sconsiderata? La biodiversità sarà purtroppo impossibile da ripristinare. I ricercatori non vogliono cedere e continueranno a scrivere articoli per contrastare le povere argomentazioni delle compagnie.

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