Articolo a cura di Giuseppe de Fraia.

La corsa alle fonti rinnovabili sembra l’unica soluzione attualmente valida alla salvaguardia dell’ecosistema mondiale. Un ecosistema già fortemente compromesso da catastrofi come quello delle piattaforma Deepwater Horizon.

Il 20 Aprile 2010 si registrò il più grande disastro ambientale della storia degli Stati Uniti D’America. Un disastro che lasciò il mondo intero con il fiato sospeso dinanzi alle immagini della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon in fiamme al largo del Golfo del Messico. L’incidente avvenne sul pozzo Macondo, nel tratto di mare tra la Louisiana e la Florida, durante una delle maggiori operazioni di estrazione petrolifera del XXI secolo ad una profondità di 1500 m.

Le cause dell’esplosione

Le dinamiche dell’incidente, in cui persero la vita 11 membri dell’equipaggio presenti sul ponte di estrazione al momento dell’esplosione, sono state a lungo oggetto di analisi forense da parte dei diversi membri governativi coinvolti. Recentemente, attraverso una ricostruzione grafica tecnica ed attraverso una serie di rilievi con l’ausilio di rov subacquei, è stato appurato che a generare l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon sia stata la risalita di gas e greggio attraverso il riser d’estrazione fino al derrick. Risalita causata da molteplici errori umani e dal malfunzionamento del sistema di sicurezza B.O.P. sulla testa di pozzo.

In seguito a tale avaria furono riversate in mare circa 4,2 milioni di barili di petrolio, coniando per la prima volta nella storia il termine “marea nera”.

Nel 2016 fu realizzato anche un film di Peter Berg “Deepwater-Inferno sull’oceano”, nel quale fu ricostruita la dinamica dell’esplosione.

Le soluzioni adottate

Per contrastare l’avanzamento inarrestabile del petrolio, si tentò di adottare molteplici soluzioni antinquinamento, quali incendi in superficie controllati e sostanze chimiche disgrega petrolio, dette corexit, rilasciate da varie unità navali ed aeree. Si tentò anche di ridurre l’emissione dal pozzo di ulteriore petrolio, attraverso la creazione di un tappo in cemento armato (top kill), soluzione che divenne efficace dopo molteplici tentativi. L’interesse mondiale si focalizzò sin da subito nel cercare di arginare i danni all’ecosistema di una delle zone classificate dal Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) come le più ricche di flora e fauna marina.

Centinaia di volontari e organizzazioni governative si prodigarono nel tentativo di salvare migliaia di animali come tartarughe, pellicani e mammiferi, ma i danni della marea nera furono così ingenti che circa 1/3 del plancton locale morì, generando il collasso dell’intera catena alimentare e la riduzione del numero di nascite animali.

Gli effetti dell’incidente oggi

A distanza di 9 anni, i danni all’ecosistema sono ancora fortemente presenti. Si stima vi sia un aumento esponenziale nella popolazione umana locale dei casi di tumore alle vie respiratorie e gastrointestinali, causate dall’ingerimento di microparticelle di petrolio e dall’inalazione dei gas nocivi negli anni.

Sebbene l’evento tragico abbia avuto un impatto indelebile sull’ecosistema e compagnie energetiche come la Eni stiano sperimentando nuove fonti di energia rinnovabile ottenibili dagli oceani, le estrazioni petrolifere permangono nell’essere un must nel settore navali, a causa dell’incessante richiesta di petrolio nelle quotidiane attività.

Di seguito un breve video che mostra la dinamica dell’incidente:

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