Qui hanno fatto danni enormi per prelevare dei minerali | I fondali adesso sembrano un deserto senza vita

Estrazioni minerarie in mare (Pixabay FOTO) - www.marinecue.it

Estrazioni minerarie in mare (Pixabay FOTO) - www.marinecue.it

Estrarre minerali non è una passeggiata, e il più delle volte chi ci va di mezzo è l’ambiente. Gli organismi non tornano più!

L’estrazione mineraria ci fornisce materiali indispensabili: pensiamo a rame, litio, oro… tutte cose che usiamo ogni giorno, spesso senza rendercene conto. Ma dietro a quei metalli luccicanti si nasconde una realtà molto meno affascinante.

Il problema più evidente è l’ambiente. Per aprire una miniera si devasta il territorio: si abbattono alberi, si distruggono ecosistemi, e spesso si inquinano fiumi e falde acquifere con sostanze tossiche. E quando la miniera chiude? Spesso resta solo un buco nel terreno e un deserto attorno.

Poi ci sono le persone. In molti paesi le comunità locali vengono sfrattate, i lavoratori sono sottopagati e senza tutele, e in certi casi si sfruttano anche i bambini. È una faccia del progresso che fa male solo a guardarla.

Infine, non dimentichiamoci del clima. Le attività estrattive emettono grandi quantità di gas serra, contribuendo al riscaldamento globale. Quindi sì, le miniere servono… ma servirebbe anche un modo più giusto e pulito per farle funzionare.

Quando il fondo del mare diventò un cantiere

Nel 1979, succedeva una cosa che all’epoca sembrava quasi futuristica: un’azienda petrolifera, in collaborazione con alcune università americane, decise di “scavare” il fondo dell’oceano. Proprio così. Si scelse un punto remoto e profondo dell’Oceano Pacifico, chiamato Clarion-Clipperton Zone (una zona immensa sotto la gestione dell’Autorità internazionale dei fondali marini), e via, si iniziò a lavorare. L’obiettivo? Capire cosa si nascondeva là sotto.

A distanza di decenni, e con una coscienza ecologica molto diversa rispetto agli anni ‘70, un gruppo di ricercatori ha pensato: “Ehi, ma che fine ha fatto quell’esperimento?” E così, armati di tecnologia e tanta curiosità, sono tornati laggiù per vedere cosa fosse cambiato. E no, non si tratta di un tuffo nel passato romantico… quello che hanno trovato lascia un po’ di amaro in bocca.

Illustrazione di una piattaforma (Pexels Foto) - www.marinecue.it
Illustrazione di una piattaforma (Pexels Foto) – www.marinecue.it

Un fondale ancora ferito

I ricercatori del National Oceanography Centre e del Natural History Museum di Londra hanno pubblicato uno studio su Nature in cui mostrano i risultati della loro spedizione. E la prima cosa che salta fuori è abbastanza inquietante: il fondale sembra quasi appena scavato. Come se fossero passati pochi giorni e non 44 anni. A detta di Adrien Glover, uno degli scienziati coinvolti, “i processi biologici negli abissi sono lentissimi”. Insomma, la vita ci sta impiegando tanto tempo a riprendersi quel pezzo di terra 8e di mare).

Certo, un po’ di vita è tornata. Gli animali più piccoli stanno cercando timidamente di ripopolare l’area, ma quelli più grandi? Spariti. Nessun segno di ripresa. E anche i sedimenti del fondale sono cambiati, a conferma che scavare a quelle profondità non è proprio come fare una buca in giardino.