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Dai satelliti alle foche: un nuovo metodo per stimare le popolazioni di pesci nell’oceano profondo

Le foche come alleate della scienza: stanno aiutando i ricercatori a esplorare le profondità oceaniche invisibili ai satelliti.

Per più di 60 anni, i biologi marini dell’Università della California, Santa Cruz hanno studiato da vicino gli elefanti marini del nord, enormi pinnipedi che ogni anno si radunano a Año Nuevo Natural Reserve per la stagione degli amori e per cambiare il pelo. In tutto questo tempo, i ricercatori hanno messo insieme un database impressionante: oltre 350.000 osservazioni su più di 50.000 esemplari. Un tesoro di informazioni che racconta la loro vita, dalla salute al modo in cui si procurano il cibo.

Monitorare questi animali non è certo una passeggiata. Servono strumenti tecnologici avanzati e il coraggio di avvicinarsi abbastanza per applicare sensori, pesarli e seguirne i movimenti. Ma il gioco vale la candela: grazie a questi studi, ora abbiamo una visione molto più chiara di come gli elefanti marini interagiscono con l’oceano, e soprattutto, di come si muovono alla ricerca di prede. I dati raccolti in decenni di ricerche hanno permesso di tracciare le variazioni nella disponibilità di cibo e di capirne le cause.

Il problema è che gli oceani sono vasti e difficili da esplorare. Le boe e le navi da ricerca coprono solo piccole porzioni, mentre i satelliti, pur offrendo una visione globale, non possono vedere cosa succede sotto la superficie. E questo è un grosso limite, specialmente quando si parla della zona crepuscolare – quella fascia d’acqua tra 200 e 1.000 metri di profondità dove la luce solare si affievolisce fino a scomparire.

Ed è proprio qui che si concentra la maggior parte della biomassa ittica del pianeta. Peccato che questa zona sia anche una delle meno studiate. Se si vuole evitare di sovrasfruttare le risorse marine senza neanche sapere quante siano davvero disponibili, serve un modo più efficace per stimare le popolazioni di pesci in questa parte dell’oceano.

Le foche come sentinelle degli oceani

E qui arriva la scoperta di Roxanne Beltran, che ha guidato uno studio pubblicato su Science: gli elefanti marini possono essere usati come “sensori viventi” per monitorare i pesci della zona crepuscolare. Questi animali compiono in media 75.000 tentativi di caccia durante le loro lunghe migrazioni, percorrendo circa 6.000 miglia attraverso il Pacifico. E ogni loro tuffo può fornire dati preziosi sulla distribuzione e abbondanza delle prede.

Secondo i ricercatori, basterebbe tracciare appena 14 esemplari all’anno per ottenere una stima della biomassa ittica su un’area immensa: 4,4 milioni di chilometri cubi di oceano. Ma non è tutto: pesando gli esemplari al rientro, gli studiosi possono capire quanto cibo hanno trovato e quindi farsi un’idea di come stanno cambiando le popolazioni di pesci. Un metodo che potrebbe rivoluzionare il modo in cui gestiamo la pesca, rendendola più sostenibile e meno invasiva.

Foca cattura un pesce (Depositphotos foto) – www.marinecue.it

Un nuovo strumento per proteggere la pesca

C’è di più: lo studio ha dimostrato che il successo alimentare delle foche è strettamente legato a indicatori oceanografici che i satelliti possono rilevare. Questo significa che, incrociando i dati degli elefanti marini con quelli satellitari, si possono ottenere stime affidabili sulla variazione delle popolazioni ittiche negli ultimi cinquant’anni, e addirittura fare previsioni per il futuro.

Questa scoperta potrebbe diventare un’arma fondamentale per proteggere gli oceani dallo sfruttamento indiscriminato. Se davvero la pesca industriale punta a estendere le proprie reti fino alla zona crepuscolare, strumenti come questo saranno essenziali per evitare danni irreparabili agli ecosistemi marini.

Furio Lucchesi

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